Lessico salgariano: 1. Quadrumani, volatili & spine
Quando a partire dal 1969 Mario Spagnol, coadiuvato dal compianto Giuseppe Turcato, grande studioso del canone salgariano, diede avvio alla pubblicazione di romanzi impreziositi da un ricco patrimonio di annotazioni che davano un taglio diverso, mai prima d’allora tentato, alla comprensione dell’epica Salgariana, è acclarato che abbe un’intuizione geniale, ancorché futuristica, a beneficio di chi si accostava al “Capitano” per la prima volta o chi lo riscopriva dopo averlo amato da bambino. Quindi, con felice scelta d’intenti, ci consegnò non solo le battaglie, gli amori e le umane parabole dei suoi personaggi, ma anche la conoscenza del significato e delle fonti da cui aveva attinto l’autore. “Istruire dilettando” non era forse il motto di Salgari? E dunque qui si poteva apprezzare appieno la sua arte, con il lettore che veniva proiettato nella sua meravigliosa officina letteraria, dove i profumi dello sciambaga, del mussenda, dei nagatampo inebriavano la mente, tanto che pareva di sentirne davvero l’olezzo. Un florilegio di vocaboli esotici, peraltro ricorrenti nella sua opera che anche quando, stante la sua pessima calligrafia o le male interpretazioni di chi doveva comporre il libro, venivano travisati avevano però sempre una loro ragion d’essere. “Salgari non inventava alcunché” è il mantra che ancora oggi ci ripete Vittorio Sarti, e di riprove nel corso del tempo ce ne ha fornite a iosa.
Va segnalato altresì che in quei tempi gloriosi il benemerito Spagnol non aveva a disposizione uno strumento sofisticato come internet e quindi per certi vocaboli registrava la propria impotenza a trovarne l’origine, lasciandoci con il dubbio che esistessero veramente o che il “Maestro” si fosse sbagliato. Oggi però le cose sono diverse, quindi chi scrive è del parere che ogniqualvolta si riesca a scovarne la fonte, sia doveroso condividerne la notizia con il maggior numero possibile di aficionados.
Sull’edizione annotata del “Il Corsaro nero”, Genova:Donath, 1898 si legge:
Nella nota 2 al testo a pag. 19 Spagnol ci informa che:
«Non siamo riusciti a identificare le scimmie prego, il cui nome troviamo tra i manoscritti di Salgari in una lista di “animali brasiliani” con questa precisazione: “Scimie che devastano le piantagioni di cacao”».
Nella stessa pagina Salgari scrive:
Di concerto Spagnol nella nota 3 riporta che:
“I choradeira, non meglio identificati, si chiamerebbero, secondo un appunto di Salgari, anche carpideira: entrambi i nomi significano in portoghese: piangente, prefica (donna pagata per piangere e lamentarsi durante le veglie funebri)”.
Ancora una volta, per risolvere l’enigma, dobbiamo ricorrere ad un testo parecchio sfruttato dal “Capitano”.
E passando dalla zoologia alla botanica:
Nella nota 1 a pag. 148 Spagnol ci informa che:
«Di queste spine, che non siamo riusciti a identificare meglio, parla il Boussenard nei Robinson della Gujana, descrivendole “lunghe e dure come aghi d’acciajo”. Come si evince dall’estratto qui sotto riportato».
Quindi la fonte è identificata, però non v’è traccia alcuna delle fantomatiche spine ansara. Ma una rapida ricerca nel testo francese originale del romanzo ci rivela che:
La parola corretta scritta dal Boussenard, che aveva battuto quelle contrade per anni e quindi era difficile avesse travisato il nome, è Epines Aouara. E puntualmente su un trattato italiano scopriamo quanto segue:
Last but not least una spigolatura tratta da:
LA REGINA DEI CARAIBI”, Genova: Donath, 1901
A proposito di questo passaggio, nell’edizione annotata a pag. 171 nota 1, Spagnol scrive:
«Non siamo riusciti a identificare l’uccello che si cela sotto il nome di Coclarnis, probabilmente dovuto a un refuso o a un errore di lettura».
Come si evince dal trafiletto sotto riportato anche stavolta non c’è stato alcun errore, perché la citazione, anche degli altri volatili, è corretta.
Quanto al nome corretto del volatile trattasi del:
Cactornis assimilis o fringuello di Darwin.
Come sempre i riscontri sono puntuali e, grafia a parte, precisi, a riprova se mai ce ne fosse di bisogno, che il “Nostro” non inventava alcunché né tantomeno si perdeva in citazioni sballate, con buona pace dei suoi detrattori. Resta da dire che questa ricca messe di dati, notizie, approfondimenti che hanno deliziato generazioni di lettori, dovrebbe essere preservata a futura memoria per quelli che verranno, in modo che non vada smarrito il senso profondo di tutto il lavoro di ricerca certosino che fin dall’inizio ha supportato la stesura dei romanzi. Ne consegue che meritorio nonché commendevole è lo sforzo paziente e pervicace di Vittorio Sarti che con il suo Temporario (work-in-progress), già da anni si sta prodigando con il fine ultimo di dare il doveroso risalto al genio del “Maestro dell’Avventura”, recuperando e schedando con instancabile solerzia queste perle preziose, questi pregevoli tasselli che vanno a comporre la variegata, fantasmagorica, universale panoplia della poetica salgariana.
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