Emilio Salgari: Dettagli, descrizioni, derivazioni
Emilio Salgari, Le Tigri di Mompracem, Illustrazioni di Giuseppe Gamba e Carlo Linzaghi, Genova, Donath, 1901
Certi giorni sono così: ti prende la serendipity e si svolazza di qui e di là senza meta alcuna, solo smaniosi di fare qualche utile scoperta sugli argomenti che più ci intrigano.
Quindi, confortato dal mantra sartiano (i.e. Vittorio Sarti) che ribadisce come Salgari non inventasse alcunché, e stimolato dalla lettura di un estratto dal capitolo titolato “Nevermore” in Le nuove stanze segrete di Emilio Salgari, pag. 122, saggio curato da Felice Pozzo per le Edizioni Solfanelli nel 2022, dove viene riportata la seguente frase di Giulio Nascimbeni (1923-2008) che tanto ha impressionato il curatore:
[…] credo di appartenere ad un altro tipo di salgariano. Ho inseguito altri desideri quando incontravo frasi come queste: «Fuggivano schiamazzando le splendide colombe dette morobo […] sparivano le belle alude dalle penne color turchese». Nessun trattato di zoologia, nessuna enciclopedia registrano simili uccelli, i cui nomi sono dovuti a chissà quale errore o a quale volontà di storpiatura […]
chi scrive ha deciso di approfondire l’argomento, anche perché il curatore ha preferito, cito verbatim, «non verificare in quali testi Salgari, che non inventava nulla, abbia nominato quegli uccelli, perché le nostalgie sono sacrosante e non bisogna indagare».
Al contrario io sono fermamente convinto che l’approfondimento, ragionato e puntuale, sia doveroso e che valga sempre la pena di condividere le informazioni acquisite per cui, noncurante della sacralità dei ricordi altrui e senza tema di essere rimbrottato per invasione di privacy anche se, nel caso, il compianto scrittore e giornalista non può più adombrarsene, riporto il risultato della mia ricerca.
La citazione è tratta da Le Tigri di Mompracem:
Alla loro comparsa, fuggivano schiamazzando le splendide colombe coronate o quelle dette morobo; i tucani dal becco enorme e dal corpo scintillante di piume rosse e azzurre scappavano mandando delle note stridenti, somiglianti al cigolare d’un carro male unto; s’innalzavano, come fulmini, gli argo dalle lunghe code macchiate e sparivano le belle alude dalle penne color turchese, facendo udire dei lunghi fischi. Anche delle scimmie dal naso lungo, sorprese da quell’apparizione, si slanciavano precipitosamente verso gli alberi vicini, mandando grida di spavento, correndo poi a nascondersi nei cavi dei tronchi.
I relativi riferimenti sono riscontrabili nel libro di viaggi titolato Viaggio intorno al globo della r. pirocorvetta italiana Magenta:
[…] l’ultima è una elegantissima specie di piccola colomba, che trovasi poi comune sulle sponde del Tangeran, è assai venerata dai Giavanesi, che la dicono Morobo e credono sappia ovviare il mal’occhio onde spesso la si vede in gabbia presso le loro case.
[…] mentre innumerevoli salangane facevano sopra l’acqua una caccia animata ai moscerini; con fischio acuto, come una saetta di turchese, passava la bella Alcedo biru.
Non che ce ne fosse di bisogno, stante i ritrovamenti e i riscontri degli ultimi anni, però una volta ancora si evidenzia come il “Maestro”, nel suo ribollente laboratorio letterario, custodisse un vero e proprio tesoro di notizie enciclopediche, appunti e articoli relativi a differenti campi dello scibile umano.
Tiziano Agnelli
Brescia, 3 gennaio 2024
Postilla bibliografica e metodologica
Il passo tratto da Le Tigri di Mompracem si trova in Emilio Salgari, Edizione annotata, Il primo ciclo della Jungla, a cura di Mario Spagnol, prefazione di Pietro Citati, 16 tavole a colori e 320 illustrazioni in nero, volume primo, Le Tigri di Mompracem, I Misteri della Jungla Nera, Milano, Mondadori, 1969, p. 121). Sembra difficile dubitare che per «sparivano le belle alude dalle penne color turchese, facendo udire dei lunghi fischi» Salgari abbia attinto alla descrizione «con fischio acuto, come una saetta di turchese, passava la bella Alcedo biru», tratta dal citato Viaggio intorno al globo della r. pirocorvetta italiana Magenta negli anni 1865-66-67-68 sotto il comando del capitano di fregata V.F. Arminjon: relazione descrittiva e scientifica pubblicata sotto gli auspici del Ministero di agricoltura industria e commercio dal dottore Enrico Hillyer Giglioli […]; con una introduzione etnologica di Paolo Mantegazza, Milano, V. Maisner e Compagnia, 1875, p. 728.
A quanto pare, il commento di Nascimbeni deriva da quello che Spagnol scrisse per la nota 3 alla p. 121 dell’edizione annotata de Le Tigri di Mompracem: «In questa vivida tavola di fauna esotica restano ignote, essendo il loro segreto consegnato a qualche errore di lettura o di trascrizione, le colombe “dette morobo” e le “alude dalle penne color turchese”».
Nonostante le differenze testuali, la derivazione di morobo dal Viaggio […] della […] Magenta è suggerita dalla sua presenza nella pag. 728 insieme alle alcede e alle salangane, che appaiono spesso nei romanzi salgariani. Dunque, morobo non è affatto un «errore di lettura o di trascrizione». Oltre che nel Viaggio […] della […] Magenta, morobo compare in altri testi coevi, quale, per esempio, William Barrington d’Almeida, Life in Java: with Sketches of the Javanese, in Two Volumes, London, Hurst and Blackett, 1864, Vol. I, p. 232, in cui si legge: «Several birds, in cages, were hung around this shed, amongst which we saw the Tur- coo- coo, or Morobo»; e, a p. 278: «A man in one of the adjoining provinces had a Morobo […]. This songster […] was perfectly white, and consequently rare and valuable».
Il segreto delle “alude” fu svelato da Daniele Ponchiroli, il quale scrisse, a p. 17 dell’antologia di racconti salgariani da lui curata (Avventure di prateria, di giungla e di mare, Torino, Einaudi, 1971): «Le incomprensibili “alude dalle penne color turchese” (Le Tigri di Mompracem) non sono invece altro che le alcede ( anche in La tigre misteriosa e in Un’avventura al Borneo) lette male da parte del tipografo». Infatti “alude” è davvero un «errore di lettura o di trascrizione» e sta appunto per Alcedo, o Alcedo biru, o Alcedo coerulescens, in inglese cerulean kingfisher, in italiano martin pescatore minore o martin pescatore azzurro.
Comunque Salgari aveva già chiarito che le “alude” erano le alcede quando aveva scritto: «poi s’alzavano, rapide come folgori, le splendide alcede dalle penne color turchese e s’involavano mandando acuti fischi» (Emilio Salgari, Il Fiore delle Perle, Racconto, illustrato da 20 disegni di G. Gamba, Genova, A. Donath, editore, 1901, p. 117). Nella sua edizione del romanzo, Spagnol ebbe dunque modo di scrivere: «Alcedo è il nome scientifico del martin pescatore, specie degli Alcedinidi con nove sottospecie diffuse dall’Europa sino alle isole Salomone» (Emilio Salgari, Il Fiore delle Perle, Edizione integrale annotata, a cura di Mario Spagnol, con la collaborazione di Giuseppe Turcato, 4 tavole a colori e 140 illustrazioni in nero, Milano, Mondadori, 1974, nota 1, p. 119).
All’epoca di Salgari l’alcedo era già noto da tempo nei trattati di zoologia e nelle enciclopedie. Compare per esempio in Frédéric Georges Cuvier, Dictionnaire des sciences naturelles […] suivi d’une biographie des plus célèbres naturalistes […], 1816 , p. 276; in Louis Pierre Vieillot, Nouveau dictionnaire d'histoire naturelle, 1818, Vol. XIX, pp. 401 e 414; e in Thomas Horsfield, Zoological researches in Java, and the neighbouring islands, London, Kingsbury, Parbury & Allen, 1824, pp. 387-389. Da questo volume, p. 386, è tratta l’illustrazione qui riprodotta.
L’alcione ceruleo era menzionato anche in lingua italiana, giacché in Bory de Saint-Vincent (a cura di), Dizionario classico di storia naturale, con rami miniati, prima traduzione italiana, Vol. X, Venezia, Girolamo Tasso, 1837, p. 213, si legge: «MARTIN - PESCATORE BIRU, Alcedo Biru, Horst., Temm., Ucc. color. tav. 239 , fig. 1. Parti superiori d’un ceruleo d’acqua marina; penne della sommità della testa e delle picciole tettrici alari terminate di azzurro più scuro […]».
L’immagine delle alcede è ricorrente nelle descrizioni salgariane, come dimostrano i due esempi che seguono.
«I tre ex-forzati affondarono l’ancorotto e legarono la prora con una doppia fune, poi presero possesso di quel lembo di terra facendo fuggire alcune coppie di alcede dalle penne turchine, i soli abitatori di quel luogo» (Emilio Salgari, La Perla Sanguinosa, Milano, Fabbri, 2003, p. 208).
«Ed infatti le grosse pelargopsis, dall’enorme becco rosso come il corallo, nuotavano lungo le canne, pescando le belle alcede attraversavano il fiume salutando il veliero con un lungo fischio» (Emilio Salgari, Il Re del Mare, Edizione integrale annotata, a cura di Mario Spagnol, con la collaborazione di Giuseppe Turcato, 4 tavole a colori e 125 illustrazioni in nero, Milano, Mondadori, 1971, p. 38).
Nei romanzi di Salgari compaiono ripetutamente, oltre all’immagine delle alcede, quelle dei «tucani dal becco enorme», degli «argo dalle lunghe code», delle «scimmie dal naso lungo» e delle «rondini salangane», su cui, in questa sede, non occorre soffermarsi a fornire esempi. È sufficiente osservare che, se li si approfondisce, questi dettagli apparentemente irrilevanti si rivelano significativi perché confermano il metodo di lavoro di Salgari, il quale, nel comporre le proprie opere, riutilizzava spesso i medesimi frammenti combinandoli e ricombinandoli, cioè applicando sistematicamente la tecnica del montaggio.
Alessandro Zabini
Bologna, Giovedì, 6 Gennaio 2024
/image%2F1647724%2F20240107%2Fob_0ca3a2_letigridimompracem-1901.jpg)
/image%2F1647724%2F20240107%2Fob_7644c9_viaggiodellamagenta.jpg)
/image%2F1647724%2F20240107%2Fob_bdaccd_alcedobiru.jpg)