«For weeks, along the Cumberland»… (Caccia Tragica, or An Adventure of Simon Girty—End)
Per settimane, lungo il Cumberland e i suoi affluenti, i cacciatori uccisero cervi ed orsi, bisonti e wapiti a decine, accumulando sui palchi costruiti al campo base numerose balle di pelli di cervo e pellicce d’orso, protette da fogli di corteccia. Inoltre riempirono la piroga di dolce grasso d’orso candido come neve, ch’era un genere importante in Illinois, dove non si trovava burro, e spesso neanche lardo.
Un giorno i backwoodsman si riunirono tutti al bivacco nella radura, all’ombra delle capanne e delle fronde al margine del bosco. Alcuni ponevano ossa d’orso su un letto di braci di noce per arrostirne il midollo. Altri preparavano scorte di pezze e pallottole. Altri pulivano armi. Altri rammendavano casacche e mocassini, oppure imballavano pelli e pellicce. Sulla sponda riposava la piroga, dov’erano stivate le vesciche d’orso piene di grasso.
Quando i cacciatori avevano deciso di abbandonare quella zona, da cui la selvaggina ormai era fuggita, e trasferirsi quindici o venti miglia più a monte, allora numerose fucilate ruppero il silenzio. Molti backwoodsman caddero. Subito trenta Cherokee bene armati lanciarono grida di guerra, sbucando dal bosco buio attraverso il denso fumo di polvere pirica. Brandivano tomahawk e fucili, indossavano soltanto breechcloth e mocassini, tracolle con le munizioni, e coltelli alle cinture. I loro crani erano rasati tranne le lunghe ciocche da scotennatura. I loro corpi tatuati erano dipinti coi colori di guerra. Nel viaggiare attraverso la regione si erano presto accorti con indignazione ch’era stato perpetrato un orrendo scempio di selvaggina; avevano trovato e studiato le tracce dei cacciatori bianchi; li avevano sorvegliati per qualche tempo; infine avevano teso loro un’imboscata.
Colti di sorpresa, i backwoodsman non ebbero la prontezza di rispondere subito al fuoco né di sfuggire all’accerchiamento prima che gl’Indiani urlanti fossero loro addosso menando colpi di scure. Pochi però riuscirono a sparare, si fecero largo usando come mazze i fucili scarichi, infine si sparpagliarono nella foresta, inseguiti da alcuni Cherokee.
Non si udiva più sparare. Nel diurno buio della foresta Simon Girty imboccò un sentiero per maggior celerità e corse finché le urla del corpo a corpo si persero nel silenzio profondo. Dopo un poco però, quando intravide nel bosco rado un guerriero tenace che lo inseguiva correndo come un cervo, si nascose con un balzo dietro un enorme tronco caduto.
Il Cherokee si riparò dietro un albero secolare e cautamente spiò Girty, accorgendosi che stava ricaricando il fucile. Coi denti Simon stappò il corno portapolvere e con la destra versò la polvere nella canna, servendosi del misurino d’osso e dell’imbutino di corno. Al centro esatto della bocca ottagonale del fucile, Simon collocò una pezza ingrassata su cui pose una palla. Intanto il guerriero a sua volta prese a ricaricare il fucile con cui aveva sparato all’inizio della battaglia. Col battipalla Simon compresse palla e pezza a contatto colla carica di lancio. Appoggiata la bacchetta al tronco, arretrò il cane a mezza monta e dalla guancia del calcio sfilò lo specillo, con cui sturò il focone. Dalla tracolla prelevò la fiaschetta da innesco, dalla quale prese fra pollice e indice un pizzico di polvere che versò nello scodellino, poi abbassò il copriscodellino a proteggere l’innesco. La pietra focaia era nuova.
Ricaricato il fucile, il Cherokee sbirciò ancora Girty, ch’era appostato a circa duecento metri. I radi alberi e lo scarso sottobosco consentivano di vedere insolitamente lontano nella foresta. Tuttavia la distanza, la luminosità crepuscolare, l’abbondanza di nascondigli fra massi, tronchi caduti e vegetazione, rendevano incerti la mira e il tiro. Così, balzando e strisciando con prudenza da un albero all’altro, il Cherokee riprese ad avanzare verso l’avversario. Calmo, Simon appoggiò saldamente il fucile al morbido muschio che copriva il tronco, allo scopo di attenuare il più possibile il rinculo.
Mentre il Cherokee continuava il suo furtivo avvicinamento, altri guerrieri comparvero in lontananza tra i fusti alle sue spalle, correndo per raggiungerlo e dargli man forte. Il Cherokee si riparò dietro un albero, a circa centocinquanta metri da Girty. Nella guerriglia e nella caccia, far centro era tutt’altra cosa che al tiro a segno; però Simon doveva agire subito per bloccare gl’inseguitori: arretrò il cane a tutta monta e mirò. Cautamente il Cherokee sporse la testa dall’albero per spiare il suo avversario. Allora Simon premette il grilletto: la pietra focaia colpendo la batteria provocò una scintilla che accese l’innesco e attraverso il focone provocò la deflagrazione della polvere. La palla fu scagliata cinquanta chilometri al secondo. Denso fumo grigio di polvere pirica scaturì dal fucile Pennsylvania, librandosi sul tronco muschioso che nascondeva Simon Girty.
Il Cherokee crollò all’indietro mollando il fucile mentre il suo sangue schizzava la corteccia del suo riparo. E gli altri guerrieri accorsero, mentre Simon ricaricava il fucile. Quand’ebbero raggiunto il loro compagno, i Cherokee emisero grida di stupore: «Waugh! Waugh!» La palla aveva centrato un occhio del guerriero, fulminandolo. E i Cherokee decisero di non inseguire più un tiratore così formidabile.
Approfittando dell’occasione, Simon scappò col fucile carico, ma soltanto per breve distanza. Si appostò sulla cima di una rupe, dove attese per alcune ore. Nessun Cherokee apparve. Finalmente Simon ritornò all’accampamento, dove trovò i cadaveri di quasi tutti i suoi compagni. I palchi erano stati abbattuti, le balle di pelli e pellicce erano state gettate nel torrente, la piroga era stata sfondata e sommersa, capanne e salme erano state depredate.
Studiando le orme e perlustrando i dintorni, Simon scoprì che fra i pochi cacciatori fuggiti assieme a lui, uno soltanto era scampato. Allora attese nascosto nei pressi del bivacco, senza che il suo compagno superstite ricomparisse. Costruita una piroga, vi caricò le provviste e munizioni che potè recuperare, infine si mise in viaggio per l’Illinois. Verso la metà di luglio arrivò a Kaskaskia e raccontò a George Morgan la tragica avventura.
Numerosi gruppi di backwoodsman della Virginia, della North Carolina e della Pennsylvania, intrapresero fra 1761 e 1773 spedizioni di caccia di parecchie settimane, o mesi e mesi, nella wilderness di Kentucky e Tennessee, commettendo così quelli che gl’Indiani consideravano gravi crimini contro la natura e oltraggi al significato della vita. Soltanto ad alcuni di questi backwoodsman, che furono chiamati long hunter, ossia “cacciatori di lungo periodo”, fu inflitta la medesima punizione subìta dai compagni di Simon Girty. Anche se avrebbero potuto facilmente sterminarli, Shawnee e Cherokee si limitarono a scacciarli dopo aver confiscato loro pelli e pellicce, nonché armi, munizioni e provviste, tranne lo stretto indispensabile al viaggio di ritorno. Tale fu ad esempio la sorte degli avventurieri che Daniel Boone e John Findlay guidarono in Kentucky nel 1769: «E adesso, fratelli, ritornate a casa e restateci», intimò il condottiero shawnee Captain Will a Daniel Boone. «Non tornate più qui, perché questo è territorio di caccia indiano, e tutti gli animali, tutte le pelli e pellicce, appartengono a noi. E se voi sarete così sciocchi da riavventurarvi qui, siate certi che le vespe vi pungeranno ferocemente.» Ma se anche non portavano pelli e pellicce, i long hunter tornavano sempre alla frontiera con appassionanti racconti sull’indescrivibile bellezza, fertilità e abbondanza del Kentucky, infondendo a coloro che li ascoltavano il desiderio di visitare e possedere la wilderness.
(From Alec Zayford, La pista rossa, Bologna, 1990, pp. 11-13)