«At the mouth of the Cumberland»… (Caccia Tragica, or An Adventure of Simon Girty—3)
Alla foce del Cumberland, Simon Girty e i suoi compagni finalmente arrivarono al paese che gl’Indiani chiamavano Territorio Sanguinoso. Tuttavia non si fermarono. Per giorni e giorni e centinaia di miglia, si addentrarono in Kentucky rimontando il Cumberland. E così videro colli boscosi che con infinita varietà si alternavano ad ondulate pianure di segale fino all’orizzonte azzurro, e vaste praterie fiorite che tagliavano foreste immense. Ovunque luccicavano ruscelli, torrenti, fiumi. Nei valloni dove le erbe ondeggiavano, e nei verdi, ampi canneti fluttuanti alla brezza nel sole, fra biancheggiare d’ossa, crani e corna, greggi di wapiti pascolavano, e mandrie di cervi, e torme di bisonti. A centinaia i tacchini si nutrivano di fragole, more e cavallette nelle radure. Per ogni dove apparivano perpetuamente alla vista orsi e scoiattoli, procioni ed opossum, parrocchetti e branchi di quaglie. A stormi s’involavano o si posavano cigni, oche ed anatre.
Un giorno Simon Girty lasciò la piroga e si recò in solitaria esplorazione alla ricerca di un luogo adatto a porre il campo base. Affascinato ma sempre all’erta, percorse foreste rade come frutteti e quasi prive di sottobosco, dove crescevano querce rosse e nere, frassini, noci bianchi e neri, ciliegi, castagni e aceri da zucchero, carrubi e sicomori, olmi, hickory, pioppi e sassafrassi, diospiri e gelsi. Unici sempreverdi erano i ginepri. Anche di giorno era buio sotto quegli alberi frondosi alti decine di metri, coi tronchi spessi da un metro e mezzo a due metri. Nel silenzio si udivano soltanto qualche canto d’uccello, e il respiro della brezza. Alla base dei giganti vegetali non si trovavano foglie secche, perché tutte marcivano e scomparivano in inverno, così che a primavera non ne restavano già più, tant’era fertile il suolo.
Nelle zone più aperte e scarse di sottobosco, Simon vide cervi persino da centocinquanta passi soltanto. Mai avanzò in qualsiasi direzione per più d’un miglio senz’avere la possibilità di abbattere un cervo oppure un orso. E ogniqualvolta aveva fame, uccideva un cervo, un bisonte o un orso. Lungo i limpidi ruscelli vedeva tane e dighe di numerosissimi castori. Alle sorgenti salate, intorno alle quali non crescevano alberi, ammirava bisonti radunati a centinaia. Tanto alte e folte erano le erbe, che spesso durava fatica ad addentrarvisi. Solenne e spaventevole era il silenzio.
Un giorno Simon Girty lasciò la piroga e si recò in solitaria esplorazione alla ricerca di un luogo adatto a porre il campo base. Affascinato ma sempre all’erta, percorse foreste rade come frutteti e quasi prive di sottobosco, dove crescevano querce rosse e nere, frassini, noci bianchi e neri, ciliegi, castagni e aceri da zucchero, carrubi e sicomori, olmi, hickory, pioppi e sassafrassi, diospiri e gelsi. Unici sempreverdi erano i ginepri. Anche di giorno era buio sotto quegli alberi frondosi alti decine di metri, coi tronchi spessi da un metro e mezzo a due metri. Nel silenzio si udivano soltanto qualche canto d’uccello, e il respiro della brezza. Alla base dei giganti vegetali non si trovavano foglie secche, perché tutte marcivano e scomparivano in inverno, così che a primavera non ne restavano già più, tant’era fertile il suolo.
Nelle zone più aperte e scarse di sottobosco, Simon vide cervi persino da centocinquanta passi soltanto. Mai avanzò in qualsiasi direzione per più d’un miglio senz’avere la possibilità di abbattere un cervo oppure un orso. E ogniqualvolta aveva fame, uccideva un cervo, un bisonte o un orso. Lungo i limpidi ruscelli vedeva tane e dighe di numerosissimi castori. Alle sorgenti salate, intorno alle quali non crescevano alberi, ammirava bisonti radunati a centinaia. Tanto alte e folte erano le erbe, che spesso durava fatica ad addentrarvisi. Solenne e spaventevole era il silenzio.
(From Alec Zayford, La pista rossa, Bologna, 1990, p. 8)