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Publié par Alessandro Zabini





Ego Nennius Sancti Elbodugi discipulus aliqua excerpta scribere curavi, quae hebitudo gentis Britanniae deiecerat, quia nullam peritiam habuerunt neque ullam commemorationem in libris posuerunt doctores illius insulae Britanniae. Ego autem coacervavi omne quod inveni […].

Nennius, Historia Britonum



Combattuta la battaglia di Camlan—in cui fu ucciso Modred, «proditore nequissimo», usurpatore del regno di Bretagna, di cui gli era stata affidata la reggenza—l’inclito re Arthur giacque al suolo, mortalmente trafitto da quindici ferite orrende inflitte con il giavellotto, nella più piccola delle quali si sarebbero potuti infilare due guanti.

Se la cronaca è veritiera, almeno una di queste ferite era mortale.

Allora gli si accostò un ragazzo, Costantino, figlio di Cador, conte di Cornovaglia, che gli era parente e gli era caro. Il sovrano morente gli affidò il regno e la difesa dei Britanni, quindi annunciò: «Io andrò ad Avalun, presso la più bella fra tutte le fanciulle, la regina Argante, fata bellissima. Con le sue pozioni terapeutiche, ella curerà le mie ferite, risanandomi completamente. Poi tornerò nel mio regno e con grandissima gioia dimorerò di nuovo fra i Britanni».

Appena Arthur ebbe pronunciato queste parole, giunse dal mare, fluttuando sulle onde, una barca, a bordo della quale si trovavano due donne portentosamente belle e meravigliosamente abbigliate, le quali si affrettarono a sollevare il re, a trasportarlo fino alla barca e a deporvelo.

Infine si allontanarono scivolando sul mare.





King Arthur and the Weeping Queens, by Dante Gabriel Rossetti (1855-57 circa)
From Rossetti Archive



Così, affinché fossero esaminate e curate le sue ferite, Arthur fu trasportato  all’isola di Avalun, la stessa in cui era stata forgiata con arte portentosa la sua spada eccellente, Caliburno, la quale, lunga, larga e possente, arrecava gioia a chi la impugnava snudata. Lo accompagnava Taliesin, fra gli altri, e li guidava Barinthus, che ben conosceva le acque e le stelle.

Con l’esperto pilota a governare il bastimento, giunsero all’isola delle mele, chiamata anche Isola Fortunata, perché produceva ogni cosa da sé. Nulla vi si coltivava, perché i suoi campi non avevano bisogno dell’aratro degli agricoltori. Spontaneamente la natura produceva non soltanto le piante selvatiche, bensì anche il grano, l’uva, e ogni altra cosa. Nei boschi dall’erba corta crescevano i meli, e la popolazione viveva cento e più anni.

Coloro che vi si recavano dalla Britannia erano governati, mediante un insieme di leggi liete, da nove sorelle, la prima delle quali, la più abile nelle arti terapeutiche, superiore alle altre nella bellezza della persona, aveva nome Morgen e dominava su quella regione, di cui era patrona.

Oltre a tutte le proprietà utili delle erbe, che le consentivano di curare le malattie, Morgen conosceva  un’arte mediante la quale poteva mutare la propria forma e fendere l’aria su nuove ali, al pari di Dedalo. Allorché lo desiderava, poteva essere a Brest, a Chartres o a Pavia, e a suo piacimento scendeva dall’aria sulle coste della Britannia. Si diceva che avesse insegnato la matematica alle sue sorelle, ovvero Moronoe, Mazoe, Gliten, Glitonea, Gliton, Tyronoe, e Thitis, famosissima per la sua cetra.

Al suo arrivo sull’isola, il re ferito fu accolto con gli onori appropriati da Morgen—nobile dama sua parente, unita a lui da legami di sangue—la quale lo ospitò nella sua camera, sopra un letto dorato, e con la sua stessa mano scoprì la sua onorevole ferita. Ella la scrutò per lungo tempo, infine dichiarò che la salute del sovrano avrebbe potuto essere ripristinata se egli avesse soggiornato per lungo tempo presso di lei e avesse beneficiato delle sue arti teraupetiche.

Rincuorati, i seguaci le affidarono dunque il re. Infine intrapresero il viaggio di ritorno, dispiegando le vele ai venti favorevoli.

Purtroppo, in conseguenza di quelle ferite, Arthur morì e fu sepolto in un palazzo sull’Isola di Afallach.

Da allora, tuttavia, ci si è sempre domandati, e sempre ci si domanderà, se egli sia sopravvissuto, oppure se sia morto, giacché i «fabulosi Britones et eorum cantores», i Bretoni e i loro narratori, inclini al mito, non soltanto immaginarono, come si è detto, che una dea phantastica, di nome Morganis, ne avesse trasportato il corpo «in insulam Avalloniam», o «insula Avallonia», per curarne le ferite, e che quando le avesse guarite, il re valoroso e possente sarebbe ritornato per governarli; bensì che fossero veritiere le parole del profeta Merlino, il quale aveva dichiarato, a proposito di Arthur, che la sua partenza avrebbe causato grande sofferenza, e che la sua fine sarebbe rimasta occultata nel dubbio.

Così essi credettero per secoli che Arthur fosse ancora in vita e che si trovasse ancora ad Avalon, con le più belle fra le fate. Perpetuando questa tradizione, ancora e sempre lo attesero, desiderando e affermando che sarebbe ritornato dal luogo in cui si trovava e che di nuovo sarebbe vissuto. E così, su di lui, nonché sui dubbi che concernono la sua morte, si raccontano da secoli molte storie e s’inventano numerose leggende.








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