Scoli Sibillini . VII
Response
Seduto nella sua stanzetta. Quello che vede non gli piace. Uscire a sbadilare strame con gli altri non gli piace. Sa che non è una bella vita, lui. Guardare dalla finestra è già sopportazione più che sufficiente. Sorride, gira le spalle alla finestra, guarda i libri. Porte d'avorio e porte di corno. Specchi di Lilith. Comunque sogni. Invenzioni, non riflessi. Non sbadilare, ma leggere, scrivere. Immaginare che l’immaginazione sia morta, dunque aggiungere qualcosa a quello che non si può sopportare e che si deve sopportare. Rigorosa tessitura di veli che lo rende possibile. Immagini, voci, ombre, più di quello che qui non si trova, quello che è qui come qui non si trova. Come se attraverso le porte si potesse passare altrove. Solo nella sua stanzetta piena di porte invisibili, a parlare con i morti, quasi come se fossero i veri vivi. Illlusione di non farsi illusioni. Come morto, come gli sbadilatori, fuori, come morti. Come se non sapessero quello che lui sa: lo strame.
Call
la scrittura non è
un modo per dire il mondo non scritto
bensì per farsi compagnia
per creare un mondo fittizio
la scrittura non è su qualcosa
—è quel qualcosa
il progressivo oscurarsi del senso
—è quel qualcosa
il progressivo oscurarsi del senso
il contenuto della scrittura è
il linguaggio che si oscura e si depaupera
parole oscure e contraddittorie
che parlano soltanto di se stesse
(Appunti di lettura da Riccardo Campi, Favole per dialettici: Allegoria e modernità, Milano, Mimesis, 2005.)