Il Volto dellIgnoto (Lettera di Brion Latimer)
Alla Signora June Walker
Mokelumne North Fork, Contea Calaveras,
California
San Francisco, 13 Ottobre 1902
Cara June,
sull'ultimo numero della Golden Gazette ho letto un articolo che mi ha colpito. Narra la storia di Joe Stinson, minatore, soldato, proprietario di saloon, nato nel 1838 a Litchfield, nel Maine, e morto nei dintorni di Los Angeles, il 6 settembre di quest'anno. Immagino che tu non abbia mai sentito parlare di lui. Io stesso non l'ho mai conosciuto e non sapevo chi fosse, prima di leggere l'articolo, però ho conosciuto parecchie persone che avevano molto in comune con lui. Conserverò la rivista e ti farò leggere l'articolo appena possibile, ma voglio fornirtene subito un riassunto.
All'epoca della corsa all'oro, Stinson si recò in California, al pari di migliaia e migliaia di altre persone in cerca di fortuna. Nel 1862, partecipò alla Guerra Civile, con i volontari unionisti della Colonna della California, guidata dal colonnello J.H. Carleton, che compì una spedizione in New Mexico.
Ritornata la pace nei territori del Sud Ovest, Stinson rimase nel New Mexico, e riprese la vita del minatore, ma senza troppa fortuna. Comunque, riuscì ad accumulare un gruzzolo che gli consentì di aprire un saloon a Elizabethtown, un centro minerario che allora era in piena espansione.
Proprio ad Elizabethtown, nell'ottobre del 1871, un certo Wall Henderson, un facinoroso che aveva una reputazione tutt'altro che immacolata, si ubriacò nel saloon di Stinson. Evidentemente, non si procurò una sbornia allegra, perché minacciò con veemenza di dar fuoco al locale. Dopo avere tentato invano di placarlo e di allontanarlo, Stinson sfoderò risolutamente la sua Colt Navy, ricordo del suo passato militare. Quando l'ubriaco rissoso mise mano alla rivoltella, Stinson fece fuoco senza esitare: Henderson crollò sul tavolato, ferito a morte.
Poco tempo dopo, Stinson si trasferì a Santa Fe, dove aprì un altro saloon.
Un giorno del 1876, Stinson trascorse il pomeriggio nel suo saloon, a bere in compagnia di un vecchio amico, Van C. Smith. Bevitori formidabili entrambi, si ubriacarono sempre più. D'improvviso, scoppiò una lite. Nessuno dei due era armato, perciò uscirono dal locale con l'intenzione di rimediare. Nel lasciare il suo appartamento con una pistola in pugno, Stinson vide tornare Smith: stava attraversando la piazza principale della cittadina ed era armato di fucile. Ancora una volta, Stinson non esitò: puntò la rivoltella e fece fuoco ripetutamente. Oltre a scheggiare il monumento al centro della piazza, ferì l'amico avversario a una mano e a un avambraccio. Smith crollò contro il monumento. Stinson gettò la rivoltella e rientrò nel saloon.
Negli anni successivi, si abbrutì sempre più con il whiskey. Fu a causa di questo vizio che ricorse in alcune altre occasioni alla Colt Navy, ogni volta in seguito a un litigio con un amico, dopo una lunga bevuta in compagnia.
Nel 1879, scambiò una serie di colpi con un certo Jack Davis, senza che nessuno dei due rimanesse ferito. Nel 1882, ferì superficialmente un tale Charlie Henry. Il 24 giugno del 1886, a bruciapelo, sparò in faccia a Reddy McCann, che crollò in una pozza di sangue, come se fosse morto. Invece, era soltanto ferito, e neppure gravemente: la pallottola gli aveva strappato la punta del naso. Per il resto, era illeso: sanguinò copiosamente, ma sopravvisse.
In seguito, Stinson continuò lentamente ad autodistruggersi con gli alcolici, finché, nel 1890, ormai in gravi condizioni di salute, chiese la pensione che gli spettava come veterano della Guerra Civile. La sua richiesta fu accolta: ottenne dieci dollari al mese. Nel 1895, come invalido, fu ammesso alla Sede del Pacifico della Casa di Riposo Nazionale per Soldati Invalidi, nei pressi di Los Angeles, dove è morto poche settimane fa.
Ho conosciuto molti uomini che vissero in maniera simile a Joe Stinson: per tutta la vita vagabondarono alla ricerca di fortuna, di denaro facile, seguendo le loro inclinazioni, dedicando la maggior parte del loro tempo agli alcolici, al gioco d'azzardo, alle prostitute, alle risse, alternando lavori saltuari, più o meno onesti, ad attività poco raccomandabili come le truffe, le rapine, il furto di bestiame. Allora come oggi, questi individui erano numerosi. Un tempo aprivano la strada a quella che viene definita civiltà, mentre oggi ne costituiscono gli strati più infimi. Comunque, hanno sempre vissuto ai margini, disordinatamente, pericolosamente, senza progetti. Non hanno formato famiglie, non si sono creati posizioni solide e rispettabili, non si sono arricchiti, e sono morti nella violenza, oppure soli e dimenticati. Dal punto di vista dei valori che reggono la società, sono falliti, e nessuno li rimpiange.
Da parecchio tempo, anche se li si potrebbe definire più correttamente avventurieri, molti di costoro vengono chiamati dalla stampa popolare, e in particolare da quella per cui scrivo, pistoleri, e vengono considerati personaggi affascinanti, figure leggendarie.
Naturalmente, June, tu sai bene quanto me che i pistoleri, in queste narrazioni, vengono descritti in modo assolutamente irrealistico. Inoltre, sai bene che non condivido simili esaltazioni e che non mi piacciono gli eroi. Comunque, non è a questo fenomeno né alle sue cause che ho pensato, leggendo la storia di Joe Stinson, proprietario di saloon, alcolizzato, e pistolero: conosco bene il desiderio d'avventura, quindi capisco quello dei milioni di lettori che si dilettano con i racconti western, inclusi i miei.
Ho pensato, invece, ai veri pistoleri, fuorilegge, o facinorosi, o paurosi, o rappresentanti della legge, rimasti oscuri o divenuti famosi, dimenticati o leggendari, e mi sono domandato perché risultano tanto affascinanti. Non ho trovato una risposta, ma ho ripensato al passato, ho ricordato, e ho avuto una sensazione.
Ho conosciuto diversi pistoleri, e soprattutto il mondo delle città di frontiera in cui hanno vissuto, eppure non ho mai neppure intravisto la loro vera personalità, o forse dovrei dire la loro interiorità: per me sono sempre rimasti impenetrabili, come i loro volti cupi e baffuti, dagli occhi a volte duri, a volte vagamente tristi, ma sempre insondabili. Ebbene, anche se mi rendo conto che forse è banale dirlo, ho avuto la sensazione che proprio da questa impenetrabilità derivi una sorta di fascino torbido.
Era notte, quando ho terminato di leggere l'articolo che ricordava la vita e la morte di Joe Stinson, alla luce della lampada sul tavolino. Ho tenuto in grembo la rivista, aperta, e ho rammentato una sensazione che ho avuto spesso, nonché una conversazione che ebbi a questo proposito con Robert Louis Stevenson.
Come sai, conobbi e frequentai Stevenson a San Francisco, nel periodo precedente al suo matrimonio con la bella e coraggiosa Fanny, e anche dopo il suo ritorno da Silverado, prima che ripartisse per l'Europa. Quante passeggiate facemmo insieme nelle strade di San Francisco e sulla Costa dei Barbari: lunghe passeggiate, e lunghissime chiacchierate. Io gli parlavo della Virginia e del Missouri, delle Grandi Pianure e delle Montagne Rocciose, delle foreste e dei laghi del Canada; e lui mi parlava di Edimburgo, della Scozia, della Francia. Nel suo saggio magistrale, «Across the Plains», dimostrò di avere compreso l'America come pochi, ma non di avere amato le pianure. Tuttavia, io gli spiegai perché le amo, e lui mi comprese: ho la presunzione di avergliele fatte conoscere un po' meglio di come le aveva conosciute osservandole dal treno che lo aveva portato in California. Io gli parlavo delle storie che mi erano state raccontate dai trapper, e lui mi parlava delle storie ambientate nelle foreste dell'Ohio e della Pennsylvania, che aveva letto sul Cassell's Family Paper, e di Custaloga, capo dei Delaware, e del generale Braddock, e di Ticonderoga, e dei pirati e del tesoro del capitano Kidd. Allora io gli raccontai che conobbi uno dei figli di Simon Girty, un meticcio shawnee, Alec, il quale mi aveva narrato la vera storia di Hugh Glass, e lui, affascinato, mi raccontò le storie della sua Scozia, come le avventure di David Balfour, e del suo compagno, Alan Breck, che mi sembra così simile al vecchio Simon Girty.
Tuttora mi mancano molto quelle chiacchierate e quelle passeggiate, come mi manca la sua amicizia, della cui perdita non mi consolano i suoi libri... Quando penso che non lo rivedrò mai più, sento come un vuoto, e poi immagino la cima del monte Vaea su cui giace, in un'isola dei Mari del Sud, e mi riprometto di recarmici, un giorno, per rendergli un estremo saluto...
A San Francisco, durante una delle nostre conversazioni, parlammo per caso di un'intuizione che entrambi avevamo avuto, e lui, naturalmente, si seppe esprimere molto meglio d me. Ebbene, questa sera ho rammentato quei discorsi, e vorrei essere in grado di ripeterti con esattezza le sue parole. So di non esserne all'altezza, tuttavia mi proverò ugualmente ad esprimere quella che in me era soltanto un'intuizione confusa, mentre in lui era una consapevolezza profonda, chiaramente espressa. Perdona la mia goffaggine, June, ma cerca di capirmi, e non dimenticare che si tratta soltanto, da parte mia, di un'imitazione pallidissima...
A volte mi è sembrato che ogni viso nascondesse come un segreto, o meglio, un mondo intero, forse un infinito. Hai mai avuto la stessa impressione, June? Spesso, guardando il tuo viso, i tuoi occhi, ho pensato a questa cosa che è al tempo stesso terribile e sublime: nel tuo volto, nei tuoi occhi, ho visto un altro mondo.
Ogni persona contiene un mondo, ogni viso ne cela uno. E in questi mondi innumerevoli non si può penetrare. Ho avuto spesso la consapevolezza dell'impenetrabilità del mio mondo: nessuno potrà mai veramente conoscerlo. E io non potrò mai conoscere veramente i mondi altrui.
A volte, questa impossibilità mi è sembrata spaventosa. Ma non è detto che sia così. Forse proprio in essa sta la grandezza di ciascuno di noi. Come non esistono due volti identici, così non esistono due mondi interiori identici. Questa unicità, questa alterità assoluta, non deve essere distrutta, né tantomeno negata, bensì deve, al contrario, essere preservata. Deve manifestarsi, ma non deve essere svelata: l'ignoto deve affiorare senza essere spiegato. Per questo occorre una forma unica e insostituibile: come il viso, appunto. Non una forma bella o una forma brutta, bensì una forma unica.
Tu sai, June, che non sono mai stato religioso: la mia vera scuola è stata la bottega di mio padre, dove ho ascoltato i racconti dei trapper. Ho visto l'unicità di troppe persone spegnersi nel nulla in un attimo, oppure in una lunga agonia. Non mi è possibile credere che la mia esistenza, la tua, quella delle persone a cui voglio bene, la vita stessa del mondo, sia qualcosa di più che... Se non avessi timore di sembrare ridicolo, direi: niente di più che un fenomeno fugace nel nulla eterno. Ma la vita è unica, come sono unici il mondo, l'umanità, ogni singolo essere, ogni singola persona. Non credo perciò che si possa dire che la vita non ha valore perché è nulla: ho la sensazione che il suo valore sia la sua unicità irripetibile e impenetrabile.
E se ogni individuo ha valore per la sua singolarità, allora anche la vita di un fallito, di un alcolizzato, di un pistolero, come Joe Stinson, ha avuto la sua unicità, quindi il suo valore, e chiede una forma: il viso dell'ignoto.
Pensoso, ho posato la Golden Gazette sul tavolino, aperta all'ultima pagina dell'articolo su Stinson, e sono uscito a passeggiare nella notte. Ho rivisto con gli occhi della memoria le strade polverose delle cittadine del Texas e del Kansas, i mandriani ubriachi che le percorrevano al galoppo sparando ai lampioni e alle finestre, e i colpi d'arma da fuoco degli agguati nei vicoli bui, i locali fumosi dove si beveva, si giocava d'azzardo, si ballava, si faceva a pugni, si sparava, spesso a casaccio, oppure a tradimento, e la miseria, la paura, la sofferenza, stroncate in un attimo, con la violenza, oppure consumate lentamente nella solitudine e nella disperazione...
Era questo il mondo dei pistoleri. Ma chi erano i pistoleri? Non certo eroi leggendari da venerare, e neppure soltanto debosciati da disprezzare. Erano persone uniche, volti dell'ignoto, e dunque avevano un valore.
Quando vivevo nel loro mondo, non mi sono mai chiesto perché erano diventati quello che erano, né perché vivevssero in quel modo. Anch'io ho dovuto combattere: sapevo perché, e mi bastava. Credevo che coloro i quali combattevano al mio fianco lo facessero per i miei stessi motivi. Ma ora non ne sono più tanto sicuro. Conoscevo davvero i motivi di Cole Thornton e di Jim Harrah? So davvero perché Miles è diventato un pistolero? Anche loro erano volti dell'ignoto.
Così, è sorto in me un desiderio che un tempo non avrei mai avuto: il desiderio di trovare una forma per manifestare il mistero dei pistoleri senza violarlo e senza negarlo, ossia dare un volto all'ignoto, all'unico. Non avrei provato questo desiderio se non avessi imparato un poco a scrivere, se non mi piacesse scrivere. O forse l'ho sempre provato, a mia insaputa: forse è per questo che i racconti dei trapper m'incantavano, e che ho sempre amato le narrazioni.
Ma in che modo creare una forma che suggerisca l'interiorità dei pistoleri?
Come ho fatto innumerevoli volte nei bivacchi, sulle montagne o nelle pianure di tutto l'Ovest, nelle radure, lungo i torrenti, ho alzato gli occhi al firmamento notturno e ho guardato le stelle, remote, misteriose, e perciò affascinanti. Ho ricordato le volte che, bivaccando, osservai le costellazioni, cercando di ravvisarvi non figure mitiche, bensì immagini di volti e di luoghi conosciuti, o immaginati, o persino ignoti.
In quel momento, come in passato, ma con una consapevolezza e un'immaginazione nuove, ho paragonato le costellazioni ai visi, e ciò mi ha suggerito una forma possibile: volti di pistoleri, costellazioni di pistoleri. Ecco quello che volevo dirti, June: se i pistoleri sono enigmatici, come pure l'esperienza dello scontro a fuoco è enigmatica, forse l'enigma si può cogliere con questa figura, composta di momenti unici, significativi. Forse una costellazione sarebbe una forma per dare un viso all'ignoto, per manifestare il mistero dell'unicità salvandone l'inviolabilità.
Insomma, ho pensato di scrivere un libro sui pistoleri: una narrazione, ma non un romanzo con una trama conchiusa, e neppure una biografia, o una serie di biografie: piuttosto una costellazione composta da alcuni pistoleri rappresentativi, da alcuni momenti o eventi unici delle loro esistenze, da alcune città in cui vissero.
Non so se riuscirò a realizzare in modo efficace questa idea, però intendo tentare.
(From: James B. Cox, Le strade della paura, Bologna, 1994, pp. 3-9.)