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Crevice Weeds Writings—«waifs of many a wreck»—motley and fragmentary writings—sketchy and faulty—failed, perhaps—unconfined—along the borders, upon the thresholds and into the chinks of literature, «as foam that the sea-winds fret»…

I Pescatori di Balene

Alessandro Zabini

 

 

 

Il capodolio

La notte del 24 agosto 1864, una nave correva bordate, a tutte vele sciolte, a centotrenta miglia a sud delle Aleutine, lunga catena di isole che si estende dinanzi il mare di Behring fra le coste dell’America e dell’Asia. Era un magnifico veliero di oltre quattrocentoventi tonnellate, attrezzato a barco, colla prua tagliata quasi ad angolo retto e munita di un solido sperone di acciaio, i fianchi piuttosto larghi e difesi da lamine di rame di notevole spessore. Alta era la sua alberatura, con uno sviluppo grandissimo di vele: libera quasi del tutto la sua coperta, ma untuosa e sdrucciolevole senza cassero e senza castello. Sulla poppa, in lettere dorate, spiccavano questi due nomi: Danebrog Aalborg.

Sulla gran gabbia, aggrappati alle sartie e alle griselle, si vedevano due uomini un po’ curvi innanzi, cogli occhi fissi sull’oscuro mare che muggiva sordamente frangendosi contro i fianchi del naviglio.

 

 

(Emilio Salgari, I Pescatori di Balene, 1894)

 

 

 

 

 

PescatoriDiBalene.jpg

 

 

 

 

 

 

«Correre una bordata», spiegava Alberto Guglielmotti nel Vocabolario marino e militare (Roma, Voghera, 1889), è «navigare stringendo il vento sino a determinata distanza per virare poscia di bordo e correre altrettanto colle mure opposte». Dunque la bordata è «una corsa laterale», o «tratto di bordeggio», o «viaggio che fa il bastimento col vento obbliquo, tanto che corre dall’istesso lato, senza cambiar direzione».

«Sciogliere le vele» è «levar via i legami delle garzette che tengono raccolto il tessuto ai pennoni od alle antenne», mentre «alla sciolta» vale «senza ritegno, Precipitosamente».

«Castello» è «la parte più alta e più forte di un bastimento di alto bordo, armato in guerra, e ciò propriamente verso la prua: perché a poppa si dice Cassero, ed alla mezzania si dice Torre».

«Cassero» è «quella impalcatura rilevata, che una volta si faceva sui bastimenti, massime a poppa, per coprire di sotto alloggiamenti e sale, e per aver di sopra la piazza alta di scoperta e di combattimento».

«Gabbia» è «quella piattaforma balaustrata che i bastimenti quadri portano alla testa degli alberi maggiori per sostegno dei minori; e che adesso comunemente si dice coffa, per non confondere il palco colla vela», cioè con «quella vela quadra che si porta al di sopra della maestra.—Quindi la seconda vela quadra dell’albero maggiore, messa al secondo ordine, e al di sopra della coffa». Spiega Guglielmotti che dalla gabbia «presero nome gli alberi e le vele di gabbia, perché sovrapposte» ad essa. In seguito, però, «volendo togliere gli equivoci, si è convenuto mantenere alle verghe e vele del second’ordine il nome di Gabbie; e volgere tecnico e proprio il solo nome di Coffa». «Ogni albero di gabbia ha la sua coffa. E la coffa maestra di un vascello di linea potrebbe contenere lassù cinquanta marinari per manovrare o per combattere».

«Sartia» indica «ciascuno di quei canapi che, tesi di qua e di là, tengono ferma la cima dell’albero, perché non crolli».

«Grisella» è «ciascun di quei cavetti orizzontali, legati di traverso alle sartie, che servono di scalini ai marinari per salire in alto».

 

 

 

 

 

 

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