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Crevice Weeds Writings—«waifs of many a wreck»—motley and fragmentary writings—sketchy and faulty—failed, perhaps—unconfined—along the borders, upon the thresholds and into the chinks of literature, «as foam that the sea-winds fret»…

Corride e lemuri: un montaggio di citazioni

Alessandro Zabini

 

 

CORRIDE

Ecco alcuni passi da un’intervista (leggibile qui) a commento di un prodotto dell’industria culturale, apparentemente fabbricato a difesa dell’industria della corrida.

«Ma non sono un vero aficionado io. Quel grande poeta che fu Pepe Bergamín, quando mi vedeva a una corrida, ripeteva sempre: “A te piacciono solo le belle corride, gli eventi”. Aveva ragione. D’altronde qui non si tratta di difendere una passione. Ognuno ha il diritto di amare quel che vuole e nessuno è obbligato a entrare in una plaza de toros. Ma se si sostiene che è immorale, allora è necessario rispondere. […].

«Non distinguere gli uomini dagli altri esseri viventi è nefasto. Perché la morale riguarda solo gli esseri umani. Purtroppo però ormai si tende a scambiare la morale con la compassione. Ora, la compassione è un sentimento buono, per carità, e tuttavia non è la morale. Vede, è molto più semplice di quanto si creda. Mettiamo che passeggiando trovo un passerotto caduto dal nido. So che è in pericolo e poiché sono persona compassionevole, lo raccolgo e lo metto in salvo. Questo è molto bello. Ma è ben diverso dal caso in cui io mi imbattessi in un neonato abbandonato per strada. Lì non si tratta di compassione. Io ho il dovere morale di occuparmene. […].

«Guardi, la questione dell’interesse è il punto nodale. La parola già lo spiega. È latino: inter esse, ciò che unisce e separa due esseri. Ha a che fare con i rapporti fra esseri umani che si comprendono. L’interesse è la possibilità di optare per diverse condotte anziché una sola. Gli animali non hanno interessi. Sono mossi dall’istinto, laddove io, essere umano, nonostante abbia un istinto, posso anteporre un interesse diverso. Quando non si può che seguire una sola condotta, chiamarlo interesse mi pare completamente assurdo. Non è che la solita proiezione antropomorfizzante. La dimensione in cui ha senso parlare di interessi è una dimensione di libertà dalle necessità della natura, il libero arbitrio insomma.»

[Domanda: Tornando alle corride, lei come risponde alle accuse di barbarie rispetto all’uccisione spettacolarizzata del toro?]

«La questione è complessa. Innanzitutto deve essere chiaro che noi non godiamo della morte dell’animale altrimenti andremmo nei macelli dove ogni giorno si uccide in quantità incomparabilmente superiore. La morte è una parte della cerimonia della corrida. Inevitabile, del resto, perché il toro poi si mangia. Mi pare che volerla evitare sia l’ipocrisia tipica di una società che rimuove la morte. Ma la questione più importante è quella che riguarda la barbarie. I veri barbari sono coloro che non distinguono uomini e animali. Caligola che fece senatore un cavallo e uccise centinaia di persone che non apprezzava. Quello era un barbaro. Perché trattava gli uomini come gli animali e gli animali come gli uomini.»

 

 

LEMURI

Ed ecco alcuni passi da un’opera letteraria—William S. Burroughs, Ghost of Chance, New York/Léndon, High Risk Books, 1995, pp. 14-17—citati dalla edizione italiana, La febbre del ragno rosso, traduzione di Marisa Caramella, Milano,  Adelphi, 1996, pp. 23-26.

«Rimase sdraiato nella luce  grigia, abbracciato al suo lemure. L’animale si rannicchiò contro di lui e gli mise una zampa sulla faccia. Minuscoli lemuri topo uscirono dalle radici, dalle nicchie e dai buchi del vecchio albero e saltellarono per la stanza, precipitandosi sugli insetti con un gridolino. Agitavano la coda sopra la testa; le grandi orecchie a sventola, sottili come carta, fremevano a ogni rumore, mentre gli occhi grandi e limpidi spazzavano le pareti e il pavimento in cerca d’insetti. Facevano così da milioni di anni. La coda irrequieta, le orecchie tremanti segnano il passaggio dei secoli.

«Mentre la luce si prosciugava nella spugna della notte, Mission riusciva a vedere per miglia e miglia in ogni direzione: la  foresta pluviale della costa, le montagne e le boscaglie all’interno, le aride regioni del  Sud dove i lemuri saltavano sul cactus “Didierea”, alto e  spinoso. Voilteggiano, saltano e scappano via nel passato remoto prima dell’arrivo dell’uomo sull’isola, prima dell’apparizione dell’uomo sulla terra, prima dell’inizio del tempo.

«Un vecchio libro illustrato con incisioni, il bordo dorato, carta velina sopra ogni immagine… I lemuri fantasma del Madagascar a lettere d’oro. Felci e palme giganti, bulbosi alberi di tamarindo,  rampicanti e cespugli. In un angolo dell’illustrazione c’è un enorme uccello, alto più di due metri, un uccello grassoccio, goffo, inerme, ovviamente incapace di volare. Questo  uccello racconta che lì c’è una sacca temporale. Non possono esserci predatori, o grossi felini, in quella foresta. In mezzo all’illustrazione c’è un lemure  con la coda ad anelli colorati  sopra un  ramo, guarda il lettore dritto negli occhi. Poi appaiono altri lemuri, come in un puzzle…

«Il Popolo dei Lemuri è più vecchio dell’Homo sapiens, molto più vecchio. Le sue origini risalgono a centosessanta milioni di anni fa, quando il Madagascar si staccò dal continente africano. Il loro modo di pensare e di sentire è fondamentalmente diverso dal nostro, non orientato verso il tempo, la sequenza, la causalità. I lemuri trovano questi concetti ripugnanti e difficili da capire.

«Si può pensare che una specie che non lascia resti fossili sia scomparsa per sempre, ma il  Grande Quadro, la storia della vita sulla terra, è sotto gli occhi di tutti. Territori montagnosi e  giungle scorrono via, alcune rallentando, altre accelerando, grandi fiumi di terra in movimento o stagnanti in ampi delta, vortici di terra capaci di segar via isole intere, una grande spaccatura, i continenti che si sfregano l’uno contro l’altro, poi si spaccano, si staccano di colpo, si allontanano veloci, sempre più veloci… poi rallentano, ed ecco la grande isola rossa, con i suoi deserti e le sue foreste pluviali, le sue montagne di boscaglie e i suoi laghi, i suoi animali e piante unici, e l’assenza di predatori o rettili velenosi, un vasto rifugio per i lemuri e gli spiriti delicati che li pervadono, lo splendore di pietra preziosa negli occhi di una raganella.

[…]

«È rimasta agli ormeggi in  una calma incantata per centosessanta milioni di anni.

«Il tempo è un tormento umano; non un’invenzione, ma  una prigione. Qual è quindi il significato di centosessanta milioni di anni senza il tempo? E che significato ha il tempo per  i lemuri in cerca di cibo?  Non ci sono predatori qui, non c’è molto di cui aver paura. Hanno il pollice opponibile ma non fabbricano strumenti; non hanno bisogno di strumenti. Sono   indenni dal male che riempie l’Homo Sapiens quando afferra un’arma—ora è lui ad avere il sopravvento. Una terribile sensazione di trionfo viene dalla consapevolezza di essere il più forte.

«La bellezza  è sempre destinata alla sconfitta. “I malvagi armati si avvicinano.” L’Homo Sapiens con le sue armi, il suo tempo, il suo appetito insaziabile, e quell’ignoranza così totale  che non riesce  nemmeno a vedere la propria faccia.

«L’uomo è nato nel tempo. Vive e muore nel tempo. Dovunque vada, porta con sé il tempo e lo impone.»

E affinché i sostenitori della corrida non sospettino Burroughs di sentimentalismo, ecco un passo da Città della notte rossa, traduzione di Giulio Saponaro, introduzione di Fernanda Pivano, Milano, Arcana, 1982, p. 156.

«Piantagrane
«Di ogni gruppo di uomini si troverà che contiene dal dieci al quindici per cento di incorreggibili piantagrane. In realtà, quasi tutti i guai di questo pianeta derivano da questo dieci per cento. È inutile cercare di rieducarli, dal momento che la loro unica funzione è di nuocere e angariare gli altri. Tenerli in prigione è uno spreco di personale e provviste. Renderli tossicodipendenti dall’oppio richiede troppo tempo, e in ogni modo non sono adatti a lavori utili. Non c’è un rimedio sicuro. In operazioni sicure, appena individui simili saranno scoperti, sia da agenti segreti che da osservazione diretta, saranno uccisi con un pretesto qualsiasi. Nelle parole del Bardo, “Solo degli sciocchi fanno a quei felloni grazia se sian puniti prima ancor che abbian compiuto il lor misfatto”.»

 

 

 

 

 

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