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Crevice Weeds Writings—«waifs of many a wreck»—motley and fragmentary writings—sketchy and faulty—failed, perhaps—unconfined—along the borders, upon the thresholds and into the chinks of literature, «as foam that the sea-winds fret»…

Il principe dei Phansegars

Tiziano Agnelli

 

 

 

Nel mare magnum di romanzi scritti da epigoni salgariani più o meno noti, ogni tanto capita di scovare titoli particolarmente accattivanti che attizzano la curiosità di leggerli per capire come gli imitatori del grande Emilio avessero recepito la lezione del “Maestro”.
Questa volta è toccato a un lavoro di Gustavo Marolla, autore di romanzi d’avventure nella vena salgariana e polizieschi, nonché traduttore dal francese e dallo spagnolo, attivo soprattutto negli anni ’30:

Il principe dei Phansegars, o le avventure di un celebre poliziotto in India, di Gustavo A. Marolla, illustrazioni di Castelli, Milano, Casa Editrice La Prora, 1930.

Prima di dar corso alla lettura mi sono premurato di cercare in rete notizie (ove presenti) sulla setta dei Phansegars, scoprendo che effettivamente è esistita nell’India della prima metà dell’800, descritta dal resoconto di Edward, Conte de Warren, dal titolo British India, pubblicato anche in Italiano come segue:

L’India inglese nel 1843, di Edoardo Warren, antico ufficiale al servizio di S. M. Britannica nelle Indie, prima traduzione italiana di C. Sabattini, Firenze, Società editrice fiorentina, 1845.

Storia industriale e commerciale dell’India e dell’India inglese, opera di Edoardo Warren, traduzione italiana, Firenze, Società editrice fiorentina, 1851.

Non è detto che i due titoli siano la traduzione del medesimo lavoro.

Spingendomi nel campo della letteratura d’avventura l’unico riferimento che ho trovato è in un romanzo di Eugene Sue, scritto nel 1844-1845:

 Le Juif errant, Paris, Paulin, 1845, 10 tomes en 5 vol. in 18°, Éd. parue peu de temps après la très rare originale chez le même éditeur en 1844-1845, en 10 volumes également, mais de format in 8,  

tradotto in italiano come segue:

Eugenio Sue, L'ebreo errante, romanzo, traduzione italiana ricorretta e reintegrata, 5 voll., Milano, Francesco Pagnoni, 1845.

 

 

Per avere più notizie sulla setta si può  in prima battuta consultare Wikipedia: :

Thug (grafia inglese per il termine bengali Thog, che significa “truffatore”) è un’antica setta religiosa indiana, i cui appartenenti venivano chiamati Thogi (in inglese Thug[s]). Fino a metà dell'Ottocento erano molto noti e temuti in India per la loro fama di ladri, rapinatori e soprattutto assassini particolarmente abili.
Il loro culto prevedeva l’adorazione della dea Kalì (a volte chiamata anche Bhavani) e veniva espresso tramite sacrifici umani. […]
L’attività principale dei thug era la depredazione di carovane di pellegrini o di mercanti. La loro tecnica consisteva nell’unirsi al gruppo e prestare servizio per conto di essi, vincere la loro diffidenza e conquistarsi la loro fiducia per poi ucciderli nel sonno e derubarli di tutti i loro beni. Gli appartenenti alla setta uccidevano le loro vittime per strangolamento (si dice tramite un laccio, ma pare si trattasse invece di una sorta di sciarpino a fazzoletto, chiamato infatti rumal, che in bengali moderno significa appunto “fazzoletto”) e poi nascondevano i loro corpi. A volte le vittime venivano catturate e tenute prigioniere, trasportate in un tempio dedicato alla dea e sacrificate. I riti avvenivano in un clima di festa caratterizzato da musica e danze e da uso di sostanze stupefacenti; secondo la loro cultura infatti ogni morte dedicata alla dea avvicinava la venuta di quest'ultima sulla terra.
A causa del loro grande talento di assassini strangolatori, spesso prestavano servizio come sicari per conto dei potenti: i consistenti compensi per gli omicidi consentivano ai membri della confederazione di finanziare il loro culto, inoltre potevano avvalersi di amicizie e conoscenze altolocate che significavano protezione e garanzia. La situazione peggiorò quando anche alcune importanti personalità indiane cominciarono ad abbracciare il culto della dea sanguinaria Kalì.
Dopo l'invasione dei britannici e la proclamazione dell'India come colonia dell'Impero, i Thug furono subito visti nell'ottica dei criminali e combattuti come tali, ma l'appartenenza alla congrega di nobili signori indiani era largamente diffusa e questo ostacolava le indagini delle milizie di Sua Maestà, in quanto i nobili fornivano protezione e i vari gruppi si concentravano nei territori di questi ultimi, in cui sapevano di essere al sicuro.
In realtà gli appartenenti alla setta si chiamavano Phansigar che in un dialetto indù significa “strangolatori”. Quando i britannici giunsero in India, esistevano già da secoli. Secondo un'ipotesi formulata dal generale William Sleeman essi erano i lontani discendenti del misterioso esercito dei Sagartii, citati negli scritti di Erodoto, che si battevano armati di un laccio di cuoio e di un pugnale. Talmente forte fu l'impatto di queste figure sull'immaginario collettivo britannico, che già nella prima metà dell'Ottocento in inglese la parola thug aveva assunto il significato di “delinquente”, “tagliagole”. Le vittime strangolate venivano fatte a pezzi per l'offerta alla dea Kalì che, essendo protettrice dei più deboli, richiedeva però di risparmiare donne, ciechi, storpi e paria.
Al termine delle razzie, i settari si riunivano per celebrare il Tuponee, una sorta di banchetto rituale a base di gur, lo zucchero di canna grezzo che, dopo la preghiera pronunciata dal capobanda, veniva in parte sotterrato in onore della dea Kalì e in parte distribuito ai partecipanti all'assassinio. I thug erano superstiziosi e consideravano presagi di sventura un serpente che attraversava la strada, un ululato di un lupo o il raglio di un asino. Possedevano un codice segreto chiamato ramasi con cui comunicavano. Per esempio il poggiare una mano sulla bocca significava che non vi erano pericoli, mentre avvicinarla alla gola significava che qualcuno si stava avvicinando. Il codice era tramandato da padre a figlio solo quando questi a dieci-dodici anni era iniziato alla setta.

 

 

Non mi restava che leggere il romanzo per valutare eventuali debiti, plagi e quant’altro con l’opera di Salgàri. 
Si comincia con un colloquio tra un bramino, Mini, adepto della setta e il suo capo Faringhea (nome che si riscontra anche per il medesimo personaggio nell’Ebreo errante) che scoprono un’intrusione non gradita di occidentali nel tempio di Visnù, luogo per loro sacro. In realtà l’unico occidentale che si è là introdotto è un celebre poliziotto di origine italiana (ma pensa un po’!) con l’improbabile nome di Astorre Calabar , che ha l’abilità sovrumana di cambiare fisionomia nel giro di pochi istanti, cosicchè chi lo osservi, se lo perde di vista anche solo per breve lasso di tempo, si convinca di avere a che fare con persona diversa, e anche di abito che a quanto pare è un double-face. Detto poliziotto ha il vizio di parlare tra sé e sé, usando interiezioni tipo “Cospetto!” ed è stato assunto dal governatore di Nagpur, Sir John Maredith, come poliziotto free-lance, preceduto da una meritata fama nei luoghi dove ha “lavorato”. Il poliziotto è accreditato di una lettera in stile Richelieu a Milady nei Tre Moschettieri, che lo mette in condizione di ottenere l’aiuto di tutte le forze di polizia coloniali, suscitando le ire dell’Ispettore Jasper, un antesignano dell’Ispettore Clouseau che già nel nome porta i germi del suo status caratteriale (infatti nello slang americano jasper significa sempliciotto, ingenuo, candido), che non ne combina una giusta, è sempre dove non dovrebbe essere e prende lucciole per lanterne, considerandosi tuttavia un gran poliziotto. Chissà se il buon Marolla si è reso conto dell’implicito umorismo insito nella scelta del nome oppure se si è trattato di un caso. Sta di fatto che oltre ai nomi dei personaggi un po’ strani, l’autore per definire la setta usa scrivere «Tug» anziché il ben noto «Thug» di salgariana memoria, definisce Faringhea come Sakia cioè principe, quando il nome di origine persiana invece definisce una ruota per raccogliere l’acqua nei pozzi, quella per intenderci che aveva secchi sulle pale. Traduce la parola Indra come “il Fuoco”, quando invece il suo nome significa «Che possiede gocce di pioggia». Come riferisce Wikipedia, «nella religione induista, Indra (devanagari: इन्द्र) è il signore della folgore e dio del temporale, delle piogge e della magia.  È la più grande divinità Deva e, sebbene chiamato monarca universale (titolo in realtà più usato per Varuna), non è da considerarsi una sovranità come quella di Zeus».

Altra cosa parecchio intrigante è che in una occasione il Principe, parlando con il bramino, lo invita a “non fare l’imbecille”. C’è poi la storia di una ragazza anglo-indiana, Mabel, figlia di un commerciante, Perseon Arwerett (alla faccia del nome strano!), fratello del capo di polizia, viene rapita dai settari, dopo averle ucciso il padre, e portata al cospetto di Faringhea, che è il mandante del ratto. Costui le palesa il proprio amore e le rivela che la madre, da lei mai conosciuta, era in realtà una principessa tua, sposata giovanissima ad un Inglese. La ragazza, una volta recepita la vera storia dei suoi natali, si dichiara pronta a mettersi a capo dell’imminente rivolta dei Tue e dei Maharatti e promette di sposare il Principe. in caso che l’insurrezione abbia successo. Da qui uno stanco susseguirsi di accadimenti grotteschi e inverosimili, puro stile Barone di Münchausen, come la cattura e l’uccisione di una tigre del Bengala, previo viluppo e conseguente stordimento utilizzando il famigerato laccio tipico degli strangolatori munito alle estremità di due sfere di piombo. Awari, un capo settario, dopo aver colto la tigre, appostata su un ramo, una prima volta, riesce, buon per lui, a strattonarla giù dall’albero e poi a lanciarle di nuovo il laccio, beccandosi pure una bella unghiata alla spalla, e dopo aver evitato il balzo ferino dell’animale, avendo legato al tronco di un albero “la lunga corda flessibile” (ma non era un laccio?), riesce a pugnalarla al cuore. Calabar, che ogniqualvolta ha incontrato Faringhea è stato preso prigioniero o l’ha scampata con l’aiuto della dea bendata, riesce a farsi ammettere al cospetto del governatore, rivelandogli l’imminente attacco degli insorti. Nel mentre le orde settarie attaccano la residenza del governatore dove si sono riuniti tutti gli europei, pensando bene, loro che sono armati solo di lance e lacci, di farsi falcidiare dalle scariche dei prodi difensori. Nel frattempo Jasper e il suo capo sono stati imprigionati nel cavo della statua di Visnù che è nel tempio e quindi rimangono fuori dai giochi fino al termine della vicenda. Gli Inglesi, che hanno ricevuto rinforzi, sconfiggono duramente i rivoltosi e fucilano i capi settari. Calabar, da quel “gran poliziotto” che è, riesce a prendere prigionieri sia Faringhea che Mabel solo perché questi si arrendono a lui visto l’insuccesso della rivolta e insieme si avviano al giudizio inglese e alla morte. Però avrebbe voluto che la ragazza, da lui considerata un’eroina, fuggisse o fosse risparmiata dalla vendetta inglese. L’autore spende ben una riga per spiegarci che il capo della polizia e Jasper, liberati dalla loro tomba vivente, danno le dimissioni dal servizio, il primo perché scosso dagli avvenimenti, in fin dei conti gli hanno ammazzato il fratello e giustiziato la nipote, mentre il secondo, che si sente come sempre sottovalutato, decide di cambiare professione. Quanto a Calabar, rinuncia con sdegno alla ricompensa di 20.000 sterline che gli spetta per la cattura di Faringhea e scrive due righe indignate al governatore, significandogli il profondo disappunto per la fine di Mabel. Poi scompare, insalutato ospite, forse per andare incontro ad altre avventure, che misericordiosamente l’autore ci ha risparmiato.

 


Per concludere, trattasi di uno sterile esercizio nel genere, dove neanche un minimo degli insegnamenti del “Maestro” è stato recepito, fosse anche sul piano della mera copiatura. Sullo sfondo un’India incolore, anonima, scialba; quindi niente cupo risonare del ramsinga, ancor meno il soave profumo del mussenda, le acque limacciose dei fiumi o l’ombra lunga dei paletuvieri, vale a dire tutte quelle connotazioni paesaggistiche messe in campo dalla potenza evocativa del Salgàri, che servivano a presentare agli occhi del lettore un’India vivida, pulsante, pregna dei tipici profumi o afrori della giungla, habitat ideale per le imprese della Tigre della Malesia o dei Thug di Suyodhana. Quanto poi ai personaggi, unidimensionali, sembrano solo macchiette. Addirittura, visto che il romanzo è uscito in piena epoca fascista, l’autore fa dire a Jasper (un povero sempliciotto) che “gli Italiani hanno più fantasia che intelligenza… e quanto al coraggio…”, però subito rimbeccato dal Governatore (lui sì che se ne intende!) che “all’opposto, noi Inglesi dovremmo imparare parecchio dagli Italiani. Questo popolo ha del genio e dell’iniziativa. Noi abbiamo solo dei denari e della presunzione. Cerchiamo di imitarli.” Una strizzatina d’occhio ai diktat del regime!
Viene da chiedersi se anche gli altri romanzi d’avventura del Marolla (La vendetta di Duarte, Penna Blu, Una caccia tragica) o quelli fantastici (Rolland Blak e il suo seguito, Il Dottor Blak) siano così poveri nella trama e privi di un pur minimo afflato avventuroso.

Un’ultima annotazione: per quanto riguarda la veridicità dei nomi si salvano Phansegars, Faringhea, il fiume Godavari, Nagpur, la parola Tug, che al plurale viene rigorosamente scritta con la esse, mentre All right viene scritto senza la acca. Nomi come Calabar (una città portuale nigeriana, attiva nel commercio degli schiavi) o Awari, corruzione inglese della parola Oware, di origine Ashanti, che sta a indicare un gioco di strategia che consiste nel muovere dei semi su una tavoletta. Quanto ad altri personaggi dai nomi bizzarri ricordiamo Perseon Arwerett, Edoard Arwerett, Oscard, il figlio del governatore, che, fidanzato tradito di Mabel, si suicida (ne fa cenno solo una scarna comunicazione di servizio), e una inesistente, per quanto mi consta, razza di cani Fuchurii o dei Rack.

 

Tiziano Agnelli

Brescia, 3 maggio 2017


 

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